Osteopatia e DTM (Disfunzioni temporo-mandibolari)

Correlazione tra Articolazione temporo mandibolare (ATM) e disfunzioni posturali

Nella valutazione di uno squilibrio posturale, di un problema cervicale, di una cefalea, o di altre algie cranio-facciali, l’osteopata deve cercare di individuare delle eventuali cause cranio-cervicali, nominate in certe discipline “discendenti” (perché dalla testa possono influenzare le zone sottostanti). I principali responsabili di queste interferenze nei quadri posturali sono il recettore oculare, quello vestibolare (l’organo dell’equilibrio situato nell’orecchio) e il sistema stomatognatico (la bocca, la funzione orale e l’occlusione dentaria).

Per quel che riguarda gli occhi, il sistema tonico posturale fondamentalmente cerca sempre di riportare lo sguardo il più orizzontale possibile e, nel caso di uno squilibrio nella vista, di adattare la postura della schiena in modo da favorire uno sguardo il più funzionale possibile.

In ambito posturologico si suole dire che gli occhi sono i più importanti perturbatori discendenti della postura. Da un punto di vista osteopatico è possibile intervenire in alcuni casi, tramite la manipolazione delle strutture vertebrali in disfunzione, tramite le manipolazioni delle ossa craniche e delle strutture fasciali oculari. Ovviamente sarà fondamentale in tali problematiche l’integrazione con le figure del medico oculista in primis, nonchè dell’ottico-optometrista e dell’ortottista.

L’altro possibile perturbatore a livello cervico-craniale è il sistema stomatognatico. Si stanno sempre più producendo gli studi scientifici che cercano di valutare la correlazione tra malocclusioni dentali, cefalee e algie facciali, alterazioni del rachide cervicale, anche perché tali disturbi sembrano essere in aumento per vari motivi. I segni più importanti di un’implicazione dell’articolazione temporo-mandibolare (che d’ora in poi chiameremo ATM) nel dolore facciale ad esempio sono la difficoltà ad aprire la bocca, click e scrosci articolari durante l’apertura e chiusura della mandibola e dolori alle ATM durante i movimenti. La persona che soffre di tali disturbi generalmente viene visitata dal medico di base, fisiatri, ortopedici, otorinolaringoiatri e soprattutto dal dentista, dall’odontotecnico e dallo gnatologo che sono i principali protagonisti della diagnosi di tali disturbo. Recentemente, con il rispetto delle rispettive figure e competenze si sta creando un’ottima integrazione professionale tra queste figure mediche e quelle dei fisioterapisti, degli osteopati e dei logopedisti-terapisti mio funzionali per riuscire a trattare efficacemente tali disturbi.

Com’è possibile vedere nella figura seguente, una determinata classe occlusale (il rapporto tra arcata superiore e inferiore dei denti) viene normalmente associata a delle alterazioni della postura.

Va però detto che ad una determinata occlusione classe non è detto corrisponda necessariamente un disturbo di tipo cranio-facciale. Ed ecco l’importanza dell’osteopatia in supporto alla gnatologia. Innanzitutto l’osteopata cerca di capire se effettivamente la chiusura e l’apertura della bocca influenzano il cranio e la colonna cervicale nel loro movimento. Tramite l’osteopatia craniale, le tecniche sulla colonna cervicale, le tecniche sui ligamenti della mandibola, le tecniche di detensione dei muscoli masticatori, l’osteopata cerca poi di mettere in comfort le strutture cranio-mandibolari, permettendo anche un migliore lavoro dell’ortodonzia, riuscendo talvolta a prevenire le frustranti recidive dopo l’utilizzo dell’”apparecchio”.

Masticare nel modo giusto non aiuta solo la digestione!

La “macchina perfetta” del nostro corpo prevede che arcata dentale superiore e inferiore siano allineate in modo più funzionale possibile per regalarci uno smagliante sorriso e una perfetta masticazione; quando questo delicato equilibrio non rispetta più dei parametri fisiologici si ha la cosiddetta “malocclusione”.

Tale disallineamento, può causare diversi problemi, dalla difficoltà di masticazione o nel parlare, alle patologie muscolari e scheletriche.

La malocclusione può dipendere da:

  • motivi genetici o più in generale alterazioni durante lo sviluppo del bambino,
  • alterazioni anatomiche dei condili dovuti per esempio ad artrosi o perdita di denti avvenuta precocemente,
  • traumi,
  • atteggiamenti scorretti che riguardano altre attività fisiologiche ma che interessano anche la bocca come per esempio la respirazione.

 

Osteopatia e Malocclusione.:

L’osteopatia può prendersi cura dell’Articolazione Temporo Mandibolare, aiutando, attraverso le manipolazioni, il rilassamento dei muscoli masticatori e di tutte le strutture deputate alla masticazione.

Inoltre, trattando la zona cervicale e del cranio, si possono ottenere dei miglioramenti anche sulla funzione occlusale.

Il lavoro dell’osteopata avviene di concerto con l’odontoiatra, in genere lo gnatologo e altre figure come  il fisioterapista.

CHE COS’É IL CLICK  ALLA MANDIBOLA?

Si tratta di un rumore articolare causato dal cattivo movimento della mandibola e per un lavoro sbilanciato del menisco.

I menischi della articolazione temporo mandibolare sono due e servono ad agevolare i movimenti dei condili durante l’apertura e la chiusura della mandibola

Nel video qui sotto si vede come funziona la articolazione e i suoi componenti,

Il menisco si trova tra l’osso temporale del cranio e il condilo mandibolare (la parte finale della mandibola).

Sia i “click” che i blocchi in apertura o in chiusura della bocca segnalano una sofferenza dell’articolazione e in particolare una mancanza di coordinazione.

 

COSA PROVOCA QUESTO FASTIDIO?

 

Diciamo che a livello scientifico si tratta questo come un problema multifattoriali, ossia provocato da diversi fattori.

C’è chi parla di collegamenti con il collo, chi con la schiena, chi con l’appoggio dei piedi.

In un certo senso hanno tutti più o meno ragione perchè quello che la scienza dice è che il click mandibolare fa parte della grande famiglia dei disturbi della postura: la famosa SINDROME POSTURALE .

Quindi il click della mandibola è in realtà una conseguenza di uno sbilanciamento della postura.

Questo sbilanciamento va ad influire sulla apertura e sulla chiusura della bocca rendendo questi due movimenti asimmetrici.

 

Riassumendo :

 

  1. E’ UN PROBLEMA CHE VIENE CAUSATO DA UNA VARIAZIONE DELLA POSTURA
  2. NEL TEMPO TENDE A PEGGIORARE ROVINANDO LE VARIE COMPONENTI DELLE ARTICOLAZIONI E CREANDO PROGRESSIVAMENTE SEMPRE PIU’ DOLORE.
  3. PER CURARE QUESTO PROBLEMA E’ FONDAMENTALE PRIMA AGGIUSTARE LA POSTURA.

 

COSA CENTRA L’OSTEOPATA CON IL PROBLEMA DEL CLICK ALLA MANDIBOLA?

Il meccanismo del click mandibolare scatta perché la verticale del peso del corpo invece che cadere al centro dei due piedi è sbilanciata a destra o sinistra.

Più semplicemente la mandibola si sposta di lato perchè il baricentro del corpo non è ben centrato.

 

COME RISOLVERE IL PROBLEMA MANDIBOLARE ?

Le strade anche qui sono veramente tante ma tutte si incrociano su alcuni concetti centrali

  1. la correzione del problema mandibolare avviene
    solo se prima viene corretta la postura.
  2. l’utilizzo di sistemi di modifica della masticazione dentro la bocca come il bite hanno solo una funzione contenitiva. In pratica se la postura non viene corretta prima essi servono solamente a evitare parzialmente un miglioramento
  3. se invece la problematica posturale viene corretta anche l’utilizzo del bite riesce a espletare la sua funzione di cura della masticazione.

Teniamo presente che il click mandibolare come gli altri sintomi dell’alterazione posturale hanno un carattere degenerativo quindi tendono a rovinare l’articolazione lasciando velocemente dei segni del proprio passaggio.

Per questo motivo è essenziale agire piuttosto velocemente e non sottostimare questo problema.

 

 

 

 

Il Percorso Corretto per curare questo problema è questo:

  1. Andare a fare una valutazione posturale
  2. Se abbiamo a che fare con il click si va dal dentista che potrebbe rimandare il paziente dall’osteopata
  3. Si torna dal dentista dopo la cura osteopatica e si procede a rieducare la masticazione con l’applicazioni di dispositivi intraorali come il BITE.

 

 

 

Rieducazione Neuromotoria e Concetto Bobath

Concetto bobath

Il metodo di Bobath, o più correttamente “concetto Bobath”, è attualmente l’approccio riabilitativo più diffuso al mondo in ambito neurologico; è un approccio sul modello del Problem Solving rivolto alla valutazione e al trattamento di persone con disturbi della funzione, del movimento e del controllo posturale causati da una lesione del sistema nervoso centrale. L’apprendimento è il prodotto di un processo attivo di soluzione di problemi. Il processo riabilitativo viene quindi visto come ricerca di nuove soluzioni. L’obiettivo del trattamento è ottimizzare la Funzione migliorando il controllo posturale ed il movimento selettivo attraverso la Facilitazione, che è la modalità con cui si permette un processo attivo di apprendimento orientato al raggiungimento e all’ottimizzazione della funzione. La FACILITAZIONE riguarda tutto il corpo nel suo insieme perché l’organizzazione della patologia interesserà sempre il controllo motorio globalmente: capo e tronco mantengono la loro funzione di organizzatori della motricità e delle reazioni di balance. Essa è il mezzo con cui il terapista accompagna il paziente nel processo di problem solving. Attualmente le strategie di facilitazione comprendono non solo la manualità del terapista che assiste il paziente durante l’esecuzione del movimento, ma anche la modifica ambientale e la scelta accurata del compito funzionale. La Funzione può essere definita come un’attività diretta ad uno scopo in cui l’individuo si relaziona con l’ambiente in maniera variabile ed efficiente. All’interno del concetto la ricerca della selettività del movimento e l’integrazione tra postura e movimento costituiscono elementi chiave dell’intervento.

Fondamenti della tecnica sono l’inibizione e la facilitazione.

INIBIZIONE dell’attività riflessa abnorme primitiva e patologica e normalizzazione del tono muscolare attraverso le RIP (posture inibenti riflesse) sono posture fisse mantenute a lungo fino ad ottenere il rilassamento.

FACILITAZIONE: si basa sull’evocazione, attraverso la manipolazione ed il posizionamento, dei pattern tonico posturali neuroevolutivi normali, in particolare le reazioni di raddrizzamento, di paracadute e di equilibrio al fine di attivare schemi motori fisiologici

 

 

QUALI SONO I CARDINI PRINCIPALI DEL CONCETTO BOBATH?

1) Il Balance:
Equilibrio e adattamento del sistema corpo alle perturbazioni, è l’insieme delle azioni anticipatorie e preparatorie di FeedBack e FeedForward. Il controllo posturale del tono e delle reazioni di balance rimangono cardini essenziali del trattamento riabilitativo.
2) Ruolo

 

dei sistemi sensoriali e sensitivi:
Nel controllo motorio e nel balance assumono maggiore rilievo le informazioni che provengono da questi sistemi: visivo, vestibolare, tattile e propriocettivo.

:
L’individuo è valutato nella sua globalità in contesti ambientali differenziati e la valutazione è individualizzata per identificare specifici bisogni bio-psico-sociali.
Obiettivo: identificare e analizzare i problemi all’interno di attività funzionali e durante la partecipazione in situazioni di vita quotidiana oltre che analizzare le componenti del movimento e i deficit sottostanti.
Obiettivo dell’intervento riabilitativo:
È di ottimizzare la funzione nella sua totalità.
La struttura del “setting” terapeutico finalizzato al raggiungimento dell’obiettivo e la modalità di intervento sono processi interattivi che richiedono il coinvolgimento dell’individuo-paziente e, quando necessario, di coloro che lo assistono. La modalità del problem solving analitico viene utilizzata per costruire il piano di trattamento in accordo con la persona assistita e la sua famiglia.
Le strategie di intervento:
INTERVENTO: rivolto alla ricerca di soluzioni per quei comportamenti motori che interferiscono con l’efficace esecuzione e funzione di un’attività. Vengono considerati fondamentali i fattori cognitivi, emozionali, comportamentali per permettere al paziente di cimentarsi nella soluzione dei problemi inerenti al compito proposto•  Il compito proposto e l’ambiente possono essere strutturati in vario modo per indirizzare le risorse attentive, la consapevolezza del compito e ridurre la complessità dell’esecuzione.
• L’intervento efficace comprende una gestione strategica dell’intervento nell’arco delle 24h e devono essere incluse misure terapeutiche di prevenzione oltre che di terapia.
• Valutazione e trattamento procedono di pari passo e vi è una continua valutazione delle risposte e una ripuntualizzazione degli obiettivi e del piano di trattamento (problem solving).

 

Gattonamento ed Osteopatia pediatrica

GATTONAMENTO ED OSTEOPATIA PEDIATRICA

I bambini imparano a muoversi e a scoprire il loro ambiente, come processo naturale del loro sviluppo. Iniziano rotolando, stando seduti, strisciando e trovando posizioni diverse per afferrare delle cose o per spostarsi verso un oggetto. Curiosità innata e necessità di esplorare si tradurranno nella ricerca di strategie via via più efficaci per muoversi.

A 6-8 mesi un bambino acquisisce la capacità di stare in equilibrio in posizione quadrupedica (sulle mani e le ginocchia) e gradualmente impara a muoversi oscillando avanti e indietro spingendosi con le mani e le ginocchia.
Il gattonamento ha inizio intorno i 9-10 mesi, ma è una tappa che non tutti bambini fanno, molti soprattutto ultimamente la saltano completamente, altri invece sperimentano nuovi metodi per muoversi, strisciando o saltellando o provando a scivolare e rotolare sulla pancia.

Gattonare non è un pre-requisito fondamentale per camminare, infatti molti bambini imparano a camminare correttamente anche saltando questa fase. Tutto questo porta i genitori a pensare (erroneamente) che gattonare non sia significativo o che il proprio figlio è “più bravo” perché ha camminato senza aver gattonato prima.

Ma gattonare è una tappa fondamentale per lo sviluppo motorio e psicomotorio.

  Perché è importante gattonare? Quali sono i benefici? 

  • Sviluppo e rinforzo del Sè: quando un bambino gattona, impara a spostarsi nell’ambiente da solo, ad essere “indipendente”, può decidere dove andare e inizia a sviluppare competenze decisionali basate sui movimenti, questo comporta ciò che si definisce una “pianificazione motoria”.
  • Coordinazione e rinforzo muscolare: i muscoli vengono rafforzati in preparazione alle tappe motorie successive. Utilizzando i quattro arti contemporaneamente, sviluppa i muscoli della schiena, fianchi e cingolo scapolo-omerale, si prepara quindi per la stazione eretta e per la marcia. Apprende la coordinazione bilaterale e compaiono gli schemi motori crociati (gamba/braccio opposto).
  • Coordinazione occhio-mani, importante non solo nell’attività motoria. Nel gattonamento si stabilisce infatti una distanza occhio-mano simile a quella utilizzata durante la lettura e la scrittura. Inoltre tenendo il peso del suo corpo con le mani, il bambino sviluppa la stabilità delle spalle e del palmo delle mani. Questi punti sono fondamentali per lo sviluppo di capacità motorie importanti come prendere la matita, scrivere o disegnare.
  • Elaborazione sensoriale: Gattonare consente l’integrazione delle informazioni sensoriali. Questo permette al bambino di avere un quadro completo del suo ambiente, apprendere i concetti spaziali e sviluppa i sistemi visivi e uditivi. Mentre il bambino gattona impara ad utilizzare entrambe le orecchie contemporaneamente per ascoltare, ciò consente lo sviluppo dell’udito binaurale. Viene stimolato inoltre l’orecchio interno, ovvero il suo sistema vestibolare. Allo stesso modo sono usati entrambi gli occhi permettendo di iniziare a sviluppare la visione binoculare. Durante questo periodo si apprende inoltre la capacità di shiftare il focus visivo da un oggetto vicino ad uno lontano (molti dei problemi nella scrittura o nella lettura e l’insuccesso scolastico sono radicati nella difficoltà di convergenza oculare, il targeting e la visione stereoscopica)Muovendosi su diverse superfici infine, riceverà ed imparerà ad elaborare diverse sensazioni tattili.
  • Tappa fondamentale in termini di sviluppo cerebrale: Sono stati osservati dei collegamenti tra la mancanza di gattonamento e la cattiva coordinazione, dislessia, disturbi dell’apprendimento, ADHD e altri problemi simili in bambini sani. Si precisa tuttavia che, non si vuole intendere che la mancanza del gattonamento sia la causa di queste condizioni, ma che esistano delle problematiche preesistenti che rallentino/impediscano il gattonare e che ovviamente le stesse influiscano poi anche sulle “condizioni” sopracitate. (La ritenzione di alcuni riflessi infantili, come ad esempio il “Riflesso Tonico Simmetrico del Collo”, può causare molti problemi, tra cui difficoltà nel gattonare e disturbi dell’ apprendimento). 
  • Connessioni tra i due emisferi del cervello: perché le mani, le gambe, gli occhi e le orecchie, devono lavorare necessariamente in maniera sincronizzata. Un bambino impara a coordinare i propri movimenti in modo che il braccio destro è sincronizzato con il piede sinistro e il braccio sinistro con il piede destro (modello trasversale). Quando entrambi gli emisferi lavorano in modo coordinato è possibile effettuare dei movimenti contemporanei con entrambi i lati del corpo, come ad esempio passare un oggetto da una mano all’altra o ritornando all’esempio precedente, prendere appunti quando siamo in classe.
  •  Sviluppa processi cognitivi come la concentrazione, la memoria, la comprensione e l’attenzionePremettendo che ogni bambino è diverso dall’altro e va assolutamente rispettato nella sua diversità. Nessun bambino va mai forzato a fare qualcosa che non desidera fare, e considerando che il pianto è l’unico mezzo di cui dispongono per comunicare un disagio, non va mai sottovalutato.

    Da quando i bambini vengono fatti dormire a pancia in su, sono fortunatamente migliorati i dati statistici sulla prevenzione della SIDS , sono però di contro aumentate le percentuali di bimbi con la plagiocefalia e di bimbi che non gattonano. Ciò è dovuto al fatto che si posizionano raramente i bambini a pancia in giù, al massimo qualche istante durante il cambio del pannolino. Complice il fatto che se non abituati sin da subito i bambini non amano questa posizione ma tendono ad agitarsi e piangono, per i primi 5/6 mesi di vita la posizione ventrale viene completamente trascurata. Il bambino non riceve quindi informazioni sufficienti che gli consentono di attuare gli adattamenti necessari all’apprendimento di questa tappa fondamentale.
    I bambini che soffrono di reflusso vengono messi spesso in posizione verticale, seduta o in generale con le spalle più alte rispetto al bacino e nel timore di peggiorare la sintomatologia, difficilmente vengono posizionati a pancia in giù. Questi sono i bambini che tendono a saltare più facilmente il gattonamento e tendenzialmente a camminare precocemente.

    Infine si possono fare delle considerazioni un po’ più tecniche riguardanti il tipo di parto o la posizione intrauterina, situazioni che potrebbero influire sulla postura e sull’adattamento del neonato. Per fare un esempio, i bambini podalici potrebbero avere degli adattamenti del bacino o delle anche che rallentano o non favoriscono l’apprendimento del gattonamento.

Dry needling: un approccio medico innovativo per il trattamento dei Trigger Points

Il Dry Needling è una modalità di trattamento del dolore muscoloscheletrico e delle disfunzioni del movimento ed è particolarmente indicato nel trattamento dei Trigger Point miofasciali (MTrP).

Il Dry Needling è una pratica medica che consiste nell’ utilizzo di aghi sterili e monouso senza iniezione o infiltrazione di alcun farmaco sui Trigger Point Miofasciali. La stimolazione puntuale dei MTrP stimola l’ossigenazione delle fibre muscolari contratte e della fascia, incrementa la vascolarizzazione, riducendo così la tensione locale e l’infiammazione.

 

L’applicazione dell’ago nel punto trigger è in grado di ridurre l'eccitabilità del sistema nervoso centrale riducendo la nocicezione periferica associata al punto trigger, riducendo l’attività dei neuroni del corno dorsale e modulando le aree del tronco cerebrale legate al dolore.
Il trigger point, sulla cui eziologia è tuttora aperta una disquisizione anche in ambito scientifico, viene
comunemente descritto come un “punto grilletto” all’interno di un muscolo, può essere doloroso alla
palpazione e la digitopressione su di esso può generare dolore riferito in altre parti del corpo. Talvolta la
stimolazione diretta e puntuale del Trigger Point produce una contrazione rapida e involontaria della
bandelletta tesa, conosciuta come segno di sussulto o “Twitch response”. La pratica del Dry Needing è
abitualmente incluso in un piano di trattamento riabilitativo più ampio e prettamente individualizzato,

Nervo vago e infiammazione acuta e cronica

Nervo vago e infiammazione acuta e cronica

Il Nervo vago, il cui termine in latino “vagus” significa vagabondo, è un nervo che parte dalla base del cranio per poi raggiungere, tra i vari organi, stomaco e intestino, innervando nel suo tragitto polmoni e cuore, mette inoltre in collegamento la gola con i muscoli facciali.

 

 

 

 

 

  • Perchè è cosi importante questo nervo?

Per tanti motivi, il più semplice dei quali è che ha a che fare con gran parte del corpo umano, ma non solo, il vago è importante per il sistema immunitario e per limitare i danni prodotti dal killer silenzioso del nuovo secolo: l’infiammazione cellulare. E’ ormai provata da moltissimo tempo la correlazione che esiste tra stress cronico, infiammazione, sistema immunitario e salute.

Attivare o riattivare al meglio il nervo vago riporterà a pieno regime la funzionalità del sistema immunitario grazie al rilascio di molti ormoni e enzimi tra cui due potenti anti infiammatori: acetilcolina e ossitocina.

Per meglio capire la funzionalità del nervo vago cerchiamo di capire cosa è il sistema nervoso autonomo: ovvero quel sistema chiave che il corpo utilizza per gestire lo stress e si divide in ortosimpatico e parasimpatico. il primo si attiva quando si ha “paura” il secondo quando si ha intenzione di “rallentare”

  • Quali sono i segnali che bisogna valutare con attenzione e che indicano quando il nervo vago dovrebbe essere curato con attenzione?
  • Quando si hanno problemi a prendere sonno;
  • quando ci si sveglia più volte durante la notte;
  • quando ci si irrita facilmente;
  • quando si vivono stati di ansia ricorrenti;
  • quando si percepiscono stati depressivi ricorrenti

Il VAGO è la migliore “risorsa” in grado di calmare e rilassare l’organismo dando il via al sistema parasimpatico, quest’ultimo è come il pedale del freno che permette 3 grandi funzioni di base:

  • riposo;
  • digestione;
  • riproduzione

Da anni giungono ricerche da tutto il mondo che ci informano che un vago debole sia coinvolto in molte delle condizioni patologiche e disfunzionali più comuni:

  • artrite reumatoide;
  • bambini di mamme depresse hanno dimostrato in più occasioni di avere un nervo vago debole;
  • bambini balbuzienti hanno una bassa attivazione vagale;
  • l’AHDH ( il deficit di attenzione nei bambini ) è correlato a bassa funzionalità vagale

La nostra vita prevede un’alternanza tra fasi di stress e rilassamento, lo stress di qualsiasi forma fa percepire all’organismo una forma di minaccia che può essere esterna o interna caratterizzata da ansia, preoccupazione o in casi più estremi da attacchi di panico.

Ad una fase massima di attivazione (sistema simpatico) dove l’organismo tende a distruggere parte di se stesso per fornire energia, dovrebbe seguire una fase di ricostruzione e di attivazione parasimpatica dove l’organismo deve poter recuperare dalle fatiche della prima parte della giornata, purtroppo questa è una situazione sempre meno comune ai nostri giorni.

La maggior parte della gente è costantemente sotto stress da quando si sveglia fino a poco prima di andare a dormire.

  • Cos’è l’infiammazione? Esiste infiammazione utile e infiammazione dannosa?

 

Il processo infiammatorio inizia con il rilascio di agenti chimici che incoraggiano il sistema immunitario a rispondere, rilasciando proteine e anticorpi mentre il flusso di sangue nella zona colpita inizia a diminuire, il tutto dura da alcune ore a qualche giorno, questa situazione non pericolosa ma utile per il tuo organismo prende il nome di infiammazione acuta, in questa condizione il corpo utilizza al meglio i meccanismi di auto guarigione e auto regolazione, ripristinando al meglio l’equilibrio organico e l’omeostasi.

Quando questo equilibrio non si raggiunge e l’attività del sistema immunitario persiste per troppo tempo  si crea uno stato denominato infiammazione cronica che alla lunga produce una serie di fenomeni avversi all’interno del tuo organismo danneggiando i tuoi tessuti e il funzionamento degli organi.

  • Quali sono i segnali da tenere a mente?

Quando il corpo presenta segnali di infiammazione in acuto si notano dei segni e dei sintomi come gonfiore, rossore e dolore nell’area in cui è presente un danno ai tessuti.

Dall’altra parte l’infiammazione cronica si manifesta, soprattutto se presente da molto tempo, con alcuni sintomi inconfondibili:

  • risvegli notturni;
  • insonnia;
  • stanchezza al risveglio;
  • senso di spossatezza generale;
  • eccessiva voglia di alimenti calorici nella seconda parte della giornata;
  • dolori addominali;
  • stitichezza alterna;
  • sintomi depressivi;
  • calo del desiderio sessuale;
  • raffreddori ricorrenti;
  • febbricola ricorrente;
  • mani e piedi freddi;
  • sensazione generale di solitudine

 

  • Quali sono le cause dell’infiammazione cronica?

Non esiste un’unica causa per cui il corpo può iniziare a manifestare le classiche evidenze da infiammazione cronica, quelle più comuni sono:

  • infiammazione acuta non trattata a dovere
  • risposta autoimmunitaria
  • esposizione ad agenti irritanti
  • stress prolungato
  • sovrappeso trascurato,
  • obesità
  • abuso di alcol

tutto questo è solo la punta dell’iceberg, con il passare del tempo mentre  gli organi, i tessuti e le cellule continuano a soffrire, la persistenza di questi fenomeni infiammatori sistemici conduce al danneggiamento del DNA che a lungo termine può indurre la morte dei tuoi tessuti.

  • Quali sono alcune della manifestazioni più comuni di fenomeni da infiammazione trascurati per troppo tempo?
  • asma;
  • diabete di tipo 2;
  • diverse forme di cancro;
  • obesità;
  • disturbi cardiaci;
  • differenti forme di patologie neurodegenerative incluso il morbo di Alzheimer.
  • In che modo il nerbo vago è coinvolto in tutto questo?

 

Il Nervo Vago è uno dei maggiori centri di controllo del corpo e dei maggiori componenti vitali del sistema parasimpatico. La salute di questo nervo è direttamente proporzionale alla salute del sistema immunitario, del cervello e in generale dello stato infiammatorio sistemico.

 

  • In che modo il vago ha a che fare con la risposta infiammatoria?

 

Il cervello percepisce la presenza di una minaccia e invia differenti segnali in varie parti del corpo attivando la risposta di attacco o fuga, quella mediata dal sistema nervoso simpatico, questo pone l’organismo in uno stato immediato di stress, il cervello in tutte le situazioni di stress scatena in maniera istintiva la risposta che gli inglesi definiscono fight o flight: attacco o fuga, nel far questo il vago stimola il rilascio di un neurotrasmettitore di primaria importanza per il controllo dello stato di stress ed eccitazione e per la riduzione dei fenomeni da infiammazione: l’acetilcolina ( Ach ):-

L’Ach riduce il processo infiammatorio sia che questo venga prodotto o meno dalla risposta di attacco e fuga.

In altre parole quando il corpo cerca di autoregolarsi e quando il danno o la minaccia raggiungono livelli che il corpo non ritiene eccessivamente gravi il rilascio di acetilcolina interrompe il processo infiammatorio, il modo in cui il vago si oppone per mettere fine ai processi infiammatori è chiamata “tono vagale” quando questo tono è basso l’infiammazione diventa cronica.

Quanto pesa lo smartphone sulla nostra schiena?

Quanto pesa lo smarthphone sulla nostra schiena ?

Mal di schiena da smartphone: la soluzione viene dai Bronzi di Riace

Dove abbiamo la testa? Sempre più spesso inclinata verso il basso per controllare e-mail e messaggi sul cellulare con conseguenze sulla schiena, senza rendercene conto, tutt’altro che positive. Per usare lo smartphone infatti incliniamo la testa in avanti facendo pressione sulla cervicale e sostenendo un peso dannoso per la postura. A sostenerlo è il prof. Kenneth Hansraj, primario di chirurgia spinale della ‘Spine Surgery and Rehabilitation Medicine’ di New York, che ha misurato il peso sulla colonna legato alle inclinazioni (dai 15 ai 60 gradi) della testa.

“All’inclinarsi in avanti del capo”, spiega il ricercatore, “le forze sostenute dal collo raggiungono picchi di 12 chili a 15 gradi; 18 chili a 30 gradi; 22 chili a 45 gradi e ben 27 chili a 60 gradi“. Quindi, nel corso del tempo, il peso sul collo e sulle spalle può tradursi in dolore e mal di schiena. “La perdita della curvatura naturale della cervicale”, sostiene Hansraj, “può provocare usura precoce degenerazione e possibili interventi chirurgici“. Cosa fare quindi per evitare tali effetti negativi? Correggere la postura e, senza dubbio, ridurre le ore trascorse davanti allo smartphone.

Lo smartphone ci pesa 27 chili - Corriere.it

 

Se osserviamo la colonna dal punto di vista anatomico notiamo che essa è composta di tre curve principali: una lordosi lombare (nella parte bassa della schiena), una cifosi dorsale (zona del torace e delle scapole) e
un’altra lordosi cervicale (ovvero la zona del collo.) Proprio quest’ultima è quella che risente maggiormente della posizione viziata al cellulare.
il rachide cervicale (così è definita la parte della colonna vertebrale che chiamiamo comunemente collo) è strutturato per sostenere in posizione eretta il peso della testa, ovvero circa 5 kg.
Il capo chino in avanti produce invece un lavoro sul collo che può arrivare fino a ben 27 kg. se mantenuta a lungo questa posizione, possono instaurarsi dei vizi e delle problematiche.

Tra i problemi che possono insorgere a causa di una postura scorretta del tratto cervicale ci sono quindi dolori al collo e alle spalle, mal di testa, cefalee, possibili compressioni delle strutture nervose con sintomi alle braccia e alle mani, fino alle ernie discali. È vero anche che lo smartphone ha solo 10 anni di età e quindi non è possibile quantificare o studiare il danno a lungo termine. Lo conosceremo soltanto tra una trentina d’anni, quando i primi fruitori precoci raggiungeranno un’età sufficiente per rappresentare un campione di osservazione.

Accanto alle problematiche strettamente fisiche vanno ricordate le conseguenze che una postura chiusa ha sul piano psico-emozionale. La connessione tra postura ed emozioni è nota da tempo: basti pensare, per esempio, che gli attori professionisti per rievocare determinate emozioni utilizzano le posture del corpo.
Una postura chiusa, con il capo rivolto verso il basso, predispone all’introversione e riduce l’ampiezza respiratoria con conseguente diminuzione di ossigenazione e quindi lucidità mentale. Limitare i danni si può, bastano piccoli accorgimenti:
Prima di tutto è sufficiente allontanare di circa 20 cm il cellulare dal volto, in modo che già solo con questo piccolo trucco il capo possa raddrizzarsi.
Il cellulare andrebbe poi alzato almeno a livello dello sterno, portando quindi la mano verso il volto, piuttosto che il volto verso la mano.
E infine imparare e ripetere più volte alcuni semplici esercizi da svolgere quotidianamente:

  • Mobilizzare il collo nei suoi 3 piani di movimento:avanti-indietro, laterale destro-laterale sinistro (in modo che l’orecchio si avvicini alla spalla) e rotazione destra-rotazione sinistra
  • Allungamento del collo:posizionare due dita sul mento e spingere il mento all’indietro provocando un allungamento della parte posteriore del collo
  • Raddrizzare schiena e spalle:In posizione eretta abbassare e portare indietro le spalle mentre le scapole si avvicinano tra loro.
  • Il miglior consiglio di sempre è quello del buon senso:inserire questi accorgimenti tra le abitudini quotidiane insieme a sport, natura e non esagerare con le posture dannose.

 

 

 

 

 

La tua postura non è uno schema immutabile ma dipende anche dalla consapevolezza del tuo corpo e dal tuo “allenamento”

Così come nel tempo hai imparato ad assumere posture scorrette che ti hanno condannato alla quasi certezza di contrarre il mal di schiena, allo stesso modo puoi reimparare a stare seduto e in piedi in modo sano.

l’obbiettivo è rieducare il tuo corpo ad assumere la postura corretta. Guardando foto, quadri e soprattuto statue antiche, l’ occhio clinico non si è fermato solo sulla loro bellezza, ma su un dettaglio più curioso.

Una volta le persone stavano più “dritte”.

L’attuale curva fisiologica a “S” della colonna vertebrale (che spesso degenera in una “C”) è un prodotto dell’ultimo secolo e mezzo, prima la nostra schiena assomigliava molto di più a una “J”.

Questa struttura “impila” meglio i dischi vertebrali, risparmiando ai muscoli parte dello sforzo.

Al contrario, quando la testa è inclinata verso il basso e le spalle cadono in avanti in una posizione arrotondata,si assume una postura che si protrae in atteggiamento viziato. Le orecchie dovrebbero essere allineate perfettamente sulle spalle e le scapole essere retratte.

Hai visto a cosa invece può condurre un banale uso del telefonino?

Schiena curva a “C” e dolori a non finire.

Ma non è tutto.

L’abuso di una posizione scorretta può portare molti altri risvolti negativi oltre al dolore

Alcuni studi hanno collegato la cattiva postura a una serie di problemi di salute, tra cui aumento di peso, stipsi, bruciore di stomaco, emicrania e problemi respiratori.

Chiaramente è impossibile immaginare che di poter vivere senza smartphone, ma si possono  limitarne i danni da abuso con un po’ di sana prevenzione.  basta allontanare lo smartphone di una trentina di centimetri dal capo per diminuire l’inclinazione e la pressione esercitata sul disco intervertebrale.

Se si  usa  il telefono per molto tempo, sarebbe opportuno sedersi, utilizzandolo come se si fosse davanti i al computer adottando un principio di ergonomia..

Semplici Esercizi per aiutarti a combattere la “Sindrome da Smartphone”

-mobilizzazione rachide cervicale.

-allungamento catena posteriore

-attività fisica

– riduzione di una vita sedentaria

-rinforzo addominali e glutei

 

E sicuramente una maggiore attenzione alla riduzione del tempo di utilizzo di apparecchiature elettroniche, piccoli si ma non leggere per la nostra colonna vertebrale.

 

 

Ernia del disco: Facciamo chiarezza

Ernia Discale: Facciamo chiarezza

 

Per Ernia del Disco o più precisamente Ernia del Nucleo polposo, si intende la migrazione e/o fuoriuscita del nucleo polposo che compone il disco intervertebrale.

Rappresenta oggi una delle condizioni più comuni e nominate in ambito riabilitativo, ortopedico e neurochirurgico; un vero e proprio tabù che spaventa e non poco molti pazienti, anche se spesso non ha motivo di farlo: Vi spieghiamo il perché!

Disco Intervertebrale

Il disco intervertebrale rappresenta un cuscinetto giunzionale fibro-cartilagineo interposto tra due vertebre adiacenti. È costituito da due sotto strutture concentriche, esternamente l’Anello Fibroso o Anulusfibrosus(tessuto elastico stratificato costituito da matrice extracellulare) che circonda al suo interno il Nucleo polposo. Quest’ultimo è costituito da una massa gelatinosa, di colore gialloide ed è formato da circa l’88% di acqua. La sua funzione è quella di assorbire e ridistribuire in modo uniforme alla periferia le sollecitazioni di carico evitando una spinta eccessiva all’anello fibroso.

Il disco funge da cuscinetto (ammortizzatore) capace di sopportare gli sforzi di compressione a cui è costantemente soggetta la colonna vertebrale, grazie alla pressione idrostatica che si produce al suo interno.

 

Biomeccanica del Disco

I dischi intervertebrali sono ammortizzatori progettati in maniera univoca per proteggere l’osso vertebrale dal carico potenzialmente dannoso che può derivare dal peso corporeo e dall’attivazione dei muscoli.

È Necessario un sistema di condivisione del carico sul disco, elaborato e dinamico per proteggere le vertebre da carichi più intensi, sostenuti e ripetitivi. Questo sistema si basa su una vera e propria interazione biomeccanica tra le fibre anulari ed il nucleo polposo.

Grazie alle sue proprietà viscoelastiche, il disco intervertebrale resiste ad una compressione veloce o applicata intensamente più che ad una compressione lenta o leggera. Il disco può quindi essere flessibile in risposta a bassi carichi e più rigido in presenza di carichi elevati.

È importante chiarire come il disco e tutte le strutture accessorie vertebrali si comportano quando la nostra colonna è sotto carico e si muove (soprattutto il distretto lombare, quello più soggetto a carico e quindi a possibilità di andare in contro a disfunzione, overuse, degenerazione discale)

Durante i movimenti di Flessione di colonna avviene una compressione anteriore ed un stretch posteriore del disco (il disco viene spinto posteriormente), aumenta la pressione idrostatica intra-discale, vi è una rotazione sagittale delle vertebre, un allontanamento faccettale (movimento cefalico del processo articolare inferiore sul processo articolare superiore del livello sottostante), ed il forame intervertebrale aumenta di volume.

È facile dedurre come da un punto di vista biomeccanico movimenti ripetuti in flessione con carichi, o una postura e/o atteggiamento in flessione possono essere predisponenti per andare in contro a patologia discale.

La flessione sostenuta nella colonna lombare, per esempio, può ridurre leggermente l’altezza del disco mentre l’acqua viene lentamente sospinta verso l’esterno (aumenta la pressione intra-discale).

Durante i movimenti di Estensione avviene uno stretch anteriore e compressione posteriore del disco (il disco viene spinto anteriormente), a carico vertebrale vi è una rotazione posteriore sagittale e traslazione posteriore, una compressione faccettale (movimento caudale del processo articolare inferiore sul processo articolare superiore), ed il forame intervertebrale si riduce di volume.

L’estensione lombare sostenuta e completa, riduce la pressione intra-discale, consentendo di riassorbire l’acqua nel disco, riportando il suo spessore al livello naturale.

Proprio per questo molti approcci riabilitativi e di terapia manuale nei casi di Sindrome da Derangement (migrazione posteriore del disco), si basano sui movimenti di colonna in estensione (Concetto Mckenzie). Anche se questo concetto decade in alcune rare situazioni, dove sembrerebbe che l’estensione non abbia i benefici sperati.

Durante i movimenti di Flessione laterale vi è uno stretch del disco dal lato convesso ed una compressione dal lato concavo (il disco viene spinto postero-lateralmente dal lato opposto della flessione laterale), una compressione faccettale omolaterale al lato della flessione laterale, ed un aumento del volume del forame intervertebrale dal lato concavo, ed una riduzione dal lato convesso.

Durante i movimenti di Rotazione vi è una torsione/rilassamento delle fibre successive delle fibre anulari (non specifico di un lato), ed un glide (scivolamento) faccettale.

Studi di Nachemson e di Wilke hanno evidenziato come variazione di movimento e di postura possano incidere sulla pressione intra-discale:

  1. Le pressioni del disco sono elevate quando si tiene un carico davanti al corpo, specialmente quando ci si flette in avanti.
  2. Il sollevamento di un carico con le ginocchia flesse pone meno pressione sul disco lombare rispetto a sollevare un carico con le ginocchia estese.
  3. La seduta in una posizione scomposta e piegata in avanti produce una maggiore pressione del disco rispetto alla seduta eretta.

Quindi in sunto, la flessione ripetitiva o cronica della colonna lombare aumenta la vulnerabilità del disco ad erniare in direzione posteriore o postero-laterale. La flessione distende e assottiglia il lato posteriore dell’anello fibroso, mentre il nucleo è forzato posteriormente sotto un’alta pressione idrostatica. Queste pressioni aumentano durante le attività di sollevamento o di piegamento che richiedono una forte attivazione dei muscoli del tronco. Con una pressione idrostatica sufficientemente alta, il nucleo può creare o trovare una fessura pre-esistente nell’anello posteriore.

La flessione lombare associata ad un movimento di Twist (rotazione assiale combinata con la flessione laterale) aumenta ulteriormente la vulnerabilità all’erniazione del disco in direzione postero-laterale.

La ricerca su campioni cadaverici hanno anche dimostrato che la rotazione assiale combinata con la flessione laterale concentrano grandi tensioni circonferenziali nelle fibre anulari situate all’interno del quadrante postero-laterale del disco. Nel corso del tempo questa è la regione più incline e sviluppare fessure o crepe, fornendo quindi poca resistenza all’invasione del materiale nucleare (tipico meccanismo di ernia del disco).

Ernia del Disco

Le ernie coinvolgono tipicamente una migrazione postero-laterale o posteriore del nucleo polposo verso i tessuti neurali molto sensibili (cioè il midollo spinale, cauda equina, radici nervose, nervi spinali). Ultime evidenze scientifiche hanno confermato con chiarezza che il materiale erniato non è solo il nucleo, ma può trattarsi anche di frammenti di piastre vertebrali terminali staccate.

Nei casi relativamente lievi, il nucleo dislocato migra posteriormente, ma rimane all’interno dei confini dell’anello fibroso, oltre la circonferenza della faccia posteriore del corpo vertebrale (Protusione o Bulging discale); Nei casi più gravi questo materiale del nucleo polposo ernia completamente attraverso la parete anulare, sfondando il legamento longitudinale posteriore ed estrude nello spazio epidurale (Estrusione discale). In alcuni casi il materiale estruso può depositarsi nello spazio epidurale, in questo caso si parla di Sequestro erniario.

Il paradosso dell’ernia estrusa e del sequestro erniario è che pur essendo le situazioni patognomiche peggiori, spesso hanno una prognosi favorevole e migliore rispetto a protusione e bulging. Una volta spostatosi nel canale spinale, il nucleo erniato attira i macrofagi che possono coadiuvare il riassorbimento del materiale dislocato. Anche un minimo di riassorbimento può ridurre significativamente la pressione meccanica che grava sui tessuti neurali. Questo meccanismo può parzialmente spiegare perché, in alcune persone, il dolore associato ad un’ernia discale può risolversi nel tempo senza l’intervento chirurgico.

Proprio per questo un bravo riabilitatore non deve mai trattare la radiografia o la risonanza ma la persona in toto, analizzando anamnesi, causa e sintomo nel rispetto dell’attuale e vigente MODELLO BIO-PSICO-SOCIALE (ICF CLASSIFICATION).

 

Dolore Discale

Il dolore di origine discale può derivare dal disco degenerato stesso o dalle conseguenze di un’ernia. Il dolore associato a un disco degenerato può essere causato da un danno alla regione periferica innervata dall’anello posteriore fibroso, dal legamento longitudinale posteriore o dalle piastre vertebrali.                   Quello più grave e sicuramente più invalidante è il dolore radicolare, la radicolopatia causata dall’ernia del disco che comprime i tessuti neurali all’interno del canale vertebrale (dolore localizzato nel distretto-lombo sacrale ma che si irradia agli altri inferiori con parestesie, bruciori, intorpidimenti) . In entrambi casi il dolore aumenta quando i tessuti locali sono gonfiati ed infiammati (edema peri-radicolare).

Sebbene il dolore possa essere una componente di un’ernia del disco, non è sempre una conseguenza diretta e universale della patologia. Ciò significa che non tutte le patologie discali, protusioni ed ernie danno dolore, invalidano, o danno addirittura sintomi. E se non danno dolore, non invalidano la domanda sorge spontanea: Perché farsi operare?

 

Fattori meccanici o strutturali che favoriscono l’erniazione del nucleo polposo discale nella colonna lombare

  1. Degenerazione del disco pre-esistente con fissure radiali, crepe o rotture radiali nell’anello posteriore che consente un passaggio per il flusso di materiale.
  2. Nucleo sufficientemente idratato in grado di esercitare un’elevata pressione intradiscale
  3. Incapacità dell’anello posteriore di resistere alla pressione esercitata dal nucleo che si sposta
  4. Carico sostenuto o ripetitivo applicato sulla colonna vertebrale flessa o ruotata (Twist)

 

Conclusioni

È stato dimostrato che un disco gravemente degenerato (e disidratato) non presenta quasi mai la classica ernia del disco. Apparentemente un nucleo disidratato è troppo secco e non sottoposto ad una sufficiente pressione idrostatica per fluire attraverso l’anello.

Sebbene esistano certamente eccezioni, la classica ernia del disco tende a presentarsi più frequentemente in persone di età inferiore ai 40 anni, in un momento in cui il nucleo è ancora in grado di trattenere un volume relativamente grande di acqua. Inoltre, la possibilità di incorrere in un’erniazione discale tende ad essere maggiore al mattino quando il nucleo contiene il suo maggior contenuto di acqua giornaliera.

Un importante studio del 2012 di Hancock ha comparato la diagnosi strumentale (RMN) all’eta dei pazienti (tutti asintomatici) che si sono sottoposti all’esame. Da questo studio sono emerse alcune importanti verità:

  • Il 68% dei quarantenni presenta una degenerazione del disco
  • Il 40% dei trentenni presenta un bulging discale
  • Il 23 % dei cinquantenni presenta un Anulus fibroso fissurato.

Questi dati analizzano le RMN di pazienti ASINTOMATICI. Quindi è facile comprendere come il disco sia stato progettato per il carico e per il movimento della colonna. È che la sua modifica strutturale e deterioramento è un fenomeno para-fisiologico, in taluni casi inevitabile.

C’è tantissima gente che presenta una degenerazione discale (documentata in RMN) ma continua tranquillamente a fare sport, non avere dolore, e stare benissimo.

Uno studio di Darlow del 2013 ha evidenziato come il linguaggio utilizzato dall’operatore da quanto trovatonelle immagini influenza il recupero: l’interpretazione dei pazienti di “degenerazione”, “ernia”, “strappi”, “protusione”, rafforza negativamente quello che il paziente crede ed è associato alla percezione di una prognosi negativa.

L’esercizio terapeutico ed il movimento rappresentano ad oggi il migliore approccio, sicuro e validato per la prevenzione e trattamento di patologie discali, dolore neuropatico e del LOW BACK PAIN (dolore lombare).

L’esercizio mirato e dosato previene e promuove il recupero, alleviando il dolore neuropatico (Grace 2016)

SOLO in rari casi è realmente necessario l’intervento chirurgico, che spesso (comunque e purtroppo) non riesce a dare i benefici sperati.

 

 

 

Fisioart

Peace and Love: Una strategia innovativa e validata per la gestione degli infortuni muscolo-scheletrici

Negli anni la gestione delle lesioni dei tessuti molli ha attirato grande attenzione nella ricerca scientifica e nel mondo della riabilitazione, sia per l’elevata frequenza di queste patologie, sia per il loro impatto nelle prestazioni sportive.

Nel tempo, sono stati adottati diversi approcci e protocolli; si è passati dal PRICE (protezione-riposo-ghiaccio-compressione-elevazione), al POLICE ( equivalente al price ma con la variante che il riposo assoluto è sostituito dal “carico ottimale e progressivo”), evidenziando come nel tempo il riposo fine a sè stesso sia considerato, sempre più controproducente.

Gestire una lesione dei tessuti molli deve mirare molto più in là della gestione del danno nell’immediato, il clinico deve rivolgersi ad obbiettivi a lungo termine, trattando la persona e non l’infortunio, per una guarigione di qualità e per abbattere il rischio di recidiva.

Il protocollo più recente, pubblicato da BJSM (British Journal of Sports Medicine), una delle riviste più autorevoli del settore, propone un acronimo davvero simpatico: Il tuo tessuto ha bisogno di PEACE and LOVE. In dettaglio:

P.E.A.C.E è la parte dedicata al primo intervento, nei primi 3-5 giorni dall’evento lesivo:

P per Protect, Protezione, per 1-3 giorni è meglio lasciarlo in pace, per ridurre il sanguinamento e evitare di aggravare il danno, il riposo tuttavia deve essere minimo, per non compromettere la forza e la qualità del tessuto, nell’iniziare a caricare ci faremo guidare dal dolore.

 

E per Elevate, Elevazione, portare l’arto più in alto rispetto al cuore promuove il ritorno venoso, velocizzando il riassorbimento dell’edema, per la verità non ci sono enormi evidenze a riguardo, ma, visto l’ottimo rapporto rischio beneficio, continua ad essere raccomandato.

 

A per avoid antiinflammatory modalities, evita Antiinfiammatori, l’infiammazione è lì per curare al meglio i tessuti danneggiati, inibirla potrebbe compromettere la qualità della guarigione su lungo termine, un ragionamento analogo si pone per l’utilizzo del ghiaccio, che, pur presentando un effetto analgesico, potrebbe ridurre l’infiammazione, non c’è ancora certezza.

 

C per Compress, Compressione, l’utilizzo di un bendaggio compressivo limiterà il travaso di sangue, riducendo l’edema.

 

E per Educate, Educazione, sappiamo che le varie terapie passive, manuali o elettroterapie che siano (tecarterapia, TENS, etc…) non riducono i tempi di guarigione, sebbene sul breve termine possano essere efficaci nel dolore, possono creare nel paziente la credenza della necessità di “sistemare qualcosa”, inducendo effetto nocebo e dipendenza dal terapista, è fondamentale educare il paziente in tale senso, nonesistono trattamenti magici, solo duro lavoro!

Dopo i primi 5 giorni, inizia la fase del LOVE, che è la parte dedicata alla fase di riabilitazione e rieducazione vera e proprio:

L for Load, Caricare i tessuti, un approccio attivo, composto da movimento ed esercizi, è consigliato in generale per i disordini muscolo-scheletrici, caricare i tessuti in maniera precoce, appena i sintomi lo consentono, permette di migliorare la tolleranza e la capacità di assorbire lo stress meccanico da parte di muscoli, tendini e legamenti.

 

O for Optimism, Ottimismo, il cervello ha un ruolo chiave nella riabilitazione, paura, catastrofizzazione e depressione possono essere enormi barriere nel recupero, associandosi a peggiore prognosi e risultati più scarsi, un atteggiamento positivo ti aiuterà senza dubbio.

 

V for Vascularisation, Vascolarizzazione, anche se i tempi ed il dosaggio devono ancora essere ben calibrati, una attività cardiovascolare, che non provochi dolore è un punto fondamentale nella gestione di un disturbo muscolo-scheletrico, promuovendo il flusso sanguigno e riducendo la necessità di terapie farmacologiche.

E for Exercise, Esercizio, è l’unica vera terapia possibile, e dovrebbe coinvolgere tutti i parametri di forza, resistenza, propriocezione, coordinazione, cercando di essere specifico sul paziente, in base allo sport praticato e al meccanismo di infortunio, il dolore sarà la guida nella progressione degli esercizi

 

Oltre a perfezionare concetti già individuati, PEACE AND LOVE introduce anche nuovi elementi quali:
– la necessità di considerare anche le fasi subacuta e cronica per il completamento del processo di guarigione
– l’importanza dell’educazione del paziente e dei fattori psicosociali che influiscono sul percorso di recupero
– la fisiologia del processo infiammatorio in fase acuta, in cui sarebbero da evitare la somministrazione di antinfiammatori e di crioterapia per non compromettere la naturale riparazione del tessuto
– l’effetto positivo dell’esercizio precoce, che, oltre a fornire miglioramenti a livello articolare, muscolare e propriocettivo, riduce il rischio di cronicizzazione; prestando attenzione a non scatenare il dolore, che potrebbe inficiare la guarigione tissutale, sfruttandolo, invece, a proprio favore come guida per la progressione del trattamento.
Link articolo (BJSM,2019):    https://blogs.bmj.com/bjsm/2019/04/26/soft-tissue-injuries-simply-need-peace-love/?fbclid=IwAR1WAQftP51GVgR14AHAw-QmNgIo98HD55wPgCQT4xkR2OT8ndr-u6c3O9E

10 cose sul mal di schiena:sfatiamo alcuni miti

Secondo la rivista internazionale “The Lancet”, il Low Back Pain (Dolore Lombare) rappresenta uno dei sintomi più diffusi al mondo, una delle principali cause di assenza dal lavoro, e rappresenta insieme al NeckPain (cervicalgia) la prima causa di disabilità in tutto il globo (studi relativi al 2019-2020). Per di più, questi dati sono progressivamente in crescita, correlati al costante aumento della popolazione ed il suo invecchiamento.

Per l’85% dei casi si parla di Lombalgia aspecifica, ovvero non attribuibile ad una particolare o specifica patologia o ad una causa di fondo.

Ecco alcuni aspetti sul famigerato mal di schiena che molte persone tralasciano o non conoscono:

  1. Il mal di schiena è comune, molto comune!   
    Il mal di schiena può essere molto doloroso e preoccupante. L’84% delle persone nel mondo, ad un certo punto della propria vita, incorre in un mal di schiena, senza rilevanti differenze tra le differenti fasce d’età.
  2. Le indagini per il mal di schiena sono raramente necessarie e qualche volta possono essere dannose.
    Le indagini diagnostiche (RX,TC,RMN), sono necessarie solo quando si sospetta una condizione grave (redflags): tumori, fratture ed infezioni. Sostanzialmente solo l’1% di tutti i dolori lombari. Le “scansioni” mostrano quasi sempre qualcosa, ed è scarsamente collegato al mal di schiena. Molti di questi risultati sono comuni nelle persone che non presentano dolore.
  3. La schiena non è così vulnerabile a danni come si pensa.
    La maggior parte delle persone pensa che la colonna vertebrale debba essere “protetta”. La ricerca scientifica ha dimostrato che le strutture della schiena non vanno “fuori posto”. Sono designate per il carico e per il movimento, ed è realmente difficile danneggiare la schiena. Un’ informazione sbagliata purtroppo può suscitare paura, eccessiva preoccupazione, mal adattamenti e quindi disabilità.
  4. La colonna lombare è designata per flettersi e per sollevare pesi.
    Allo stesso modo in cui una persona può avere un ginocchio dolorante dopo aver svolto un’attività insolita o “overuse”, le persone possono provare dolore alla schiena quando sollevano qualcosa in maniera goffa o in un modo in cui non sono abituati a farlo. Il fattore determinante è la pratica quotidiana e l’allenamento. Lascia che il tuo corpo si abitui a carichi e pesi diversi.
  5. Puoi avere dolore lombare senza tuttavia danni o lesioni alla schiena.
    Il dolore può essere causato da molti fattori: fattori fisici, di salute generale, piscologici ed esperienziali, stile di vita e sociali. Questo significa che puoi provare dolore spontaneamente o provarne di più quando ti muovi o cerchi di fare qualcosa, anche se non stai danneggiando la schiena.
  6. Non curare il tuo mal di schiena stando fermo e non avere fretta di operarti.
    È molto evidente che mantenersi attivi, fare esercizio terapeutico, e riprendere gradualmente tutte le normali attività è importante per aiutare il recupero. La chirurgia è raramente un’opzione per trattare il mal di schiena. Un’opzione NON chirurgica, che include istruzione, attività, movimento, esercizio, dovrebbe sempre venire prima
  7. L’esercizio terapeutico è un ottimo approccio per il dolore lombare, ma le persone spesso sono spaventate, annoiate o restie nell’investire il proprio denaro.
    L’esercizio è utile per il mal di schiena ed è il miglior approccio terapeutico. Più di 30 minuti al giorno bastano per dare importanti vantaggi. Qualsiasi importo che spenderai per le terapie ed i tuoi trattamenti si tradurrà in benefici.
  8. Gli analgesici “forti” non danno grossi benefici per il dolore lombare.
    La letteratura scientifica parla chiaro: i forti analgesici non forniscono un maggiore sollievo dal dolore rispetto alle opzioni più semplici e conservative, ed hanno in realtà un maggiore potenziale di danno.
  9.  Attento a quello che ti viene venduto: internet, rimedi bizzarri e mode.
    Molte delle cose o prodotti che vengono promossi in Tv o internet non sono ancora state testate, e quando sono state testate hanno riportato risultati davvero insignificanti. Quindi potenzialmente stai solo sprecando il tuo denaro.
  10. Il dolore lombare può migliorare!
    Certo! Puoi avere dolore alla schiena o farti male durante attività sportiva o a lavoro. Ma stai tranquillo: Migliorerà!

OKeeffe,2018

 

Ecografia muscolo-scheletrica: un approccio rapido e non invasivo per fare diagnosi.

Con l’ecografia muscolo-scheletrica è possibile valutare numerose patologie di interesse ortopedico, tale
approccio diagnostico consente valutazioni non solo statiche ma anche dinamiche ossia in movimento, non
altrimenti possibili con radiografia tradizionale e/o tomografia.
È possibile dunque valutare la contrazione muscolare, lo scorrimento dei tendini nelle proprie sedi
anatomiche, la presenza e la natura di un versamento articolare, eseguire valutazioni qualitative e
quantitative circa la morfologia muscolare e tendinea e delle relative guaine sinoviali e borse.
L’ecografia risulta utile nello studio delle lesioni traumatiche muscolari quali contusione, stiramento, strappo ed ematomi che possono essere monitorati nel tempo con un follow-up rapido, economico e non invasivo.
È possibile altresì studiare sia le patologie flogistiche del tendine quali le tenosinoviti, le tendinopatie
calcifiche, che quelle degenerative con esame power-doppler in grado di evidenziare i flussi ematici a bassa
portata.
È possibile anche utilizzarla come supporto guidato in ambulatorio di terapia infiltrativa, nello specifico per:
 infiltrazioni intra-articolari ecoguidate delle principali articolazioni (tibio-tarsica, ginocchio, anca,
spalla) con cortisonici o con acido ialuronico per il trattamento della patologia flogistica/artrosica;
 infiltrazioni ecoguidate delle guaine tendinee o delle borse nei processi flogistici (borsiti,
tenosinoviti);
Ti aspettiamo presso lo studio Fisioart per una visita fisiatrica ed eventuale valutazione ecografica a supporto diagnostico